argh.

ho la nausea. una di quelle che ti viene quando fai per troppe ore la stessa cosa, e la testa si alleggerisce fino a salire e darti una sensazione di vertigine, avete presente? quella. ho conati di vomito da troppo computer e da troppa stasi nella mia stanza con la Squadriglia dello Studio. il mio gruppo-famiglia, quanto gli voglio bene. ma ho la nausea.

a stare per ore chiuso in una stanza con le finestre sul mondo spalancate, dall’apertura sbagliata, da quella sorta di portale elfico che basta un’onda giusta per viaggiare nel Mondo Parallelo, per poi uscirne e trovarsi a pensare quale dei due, è quello parallelo. confusione, confusione, confusione. eppure a volte mi va di farlo, a volte ne sono costretto, a volte mi diverte, a volte mi fa vomitare. anche adesso mi viene da vomitare eppure scrivo.

mi piace l’immagine, ora la fisso. anche se mi viene da vomitare.

anzi, no, lo faccio su carta.

un aggettivo sbagliato non ha mai fatto male a nessuno

californication

una frase particolare che mi ha colpito guardando Californication. non mi va di spiegare cos’è, com’è, eccetera. andate su wikipedia o dove vi pare e informatevi, se non lo sapete.

è proprio vero, un aggettivo sbagliato non ha mai fatto male a nessuno, soprattutto di questi tempi fatti di poche e ridondanti parole, per colpa forse del Tempo. sembra sempre di meno, il Tempo. per questo bisogna correre, andare più veloci di lui. e quindi parole veloci, brevi, immaginette per sostituirle, abbreviazioni. un aggettivo sbagliato non viene nemmeno considerato, se non rientra in quella minima gamma delle Parole Consentite.

solo che allora diventa divertente sceglierlo per bene, se ne hai a disposizione molti. scorrere col dito sopra la lista e pescare quello con il sapore giusto, la sfumatura giusta, e metterlo là, che tanto non viene nemmeno recepito, come fosse su una frequenza troppo alta per il cervello umano. un ultraaggettivo.

solamente le persone con un po’ di cultura possono sentirlo, e possono stare male. le persone sensibili. quelle che riescono a vedere le sfumature, quelle che riescono a rimanere in silenzio, quelle che quando osservano qualcuno ci passano attraverso.

quanto a me, non mi importa di arrivare primo. preferisco andare piano e sentire che sapore ha.

una canzone: Radiohead – The Tourist

Bugo

quando si parla di concerti Napoli diventa ancora di più una città del sud. quando si tratta di concerti il mondo si ferma a Roma, quando va bene, se no passa solo per Milano e Bologna. però stasera sul palco c’è stato Bugo. ed è stato fantastico. non ho veramente parole. dall’inizio alla fine, e anche dopo, quando l’abbiamo seguito in camerino – uno tendone – e ci siamo fatti fare autografi e foto, alle 3 e mezza di notte, visto che il concerto ha avuto un ritardo mostruoso. ma che dire, meglio così. spero di riuscire a mettere altro, in questi giorni. yotube non mi fa uploadare e non capisco il perchè.

se mai avete la possibilità di vedere un concerto di Bugo, andateci.

una canzone: Bugo – Che diritti hai su di me

troia

ah, ah, no. cosa avete capito?

parlo della città. oggi è giornata di pulizie, e, essendo io in regime di manutenzione straordinaria, per il poco tempo a disposizione e per la poca sistematicità presente nei miei geni – questo può far di me un creativo? – spolverando e spennellando come solo un archeologo sa fare – un archeologo che non sia Indiana Jones, sia ben chiaro: quello salta, corre e fa a sessant’anni suonati – riscopro strato per strato i miei percorsi e le mie abitudini negli ultimi tempi. come fu per Troia, quando fu scoperta da Heinrich Schliemann.

beh, tutto questo per dire – collegamenti ipertestuali mentali – che l’estate stenta a decollare, e quindi una canzone che ho riscoperto nell’Hard Disk Perduto da me riesumato, che sta bene con il tempo metereologico di oggi.

uff. ce l’ho fatta.

una canzone: Okkervill River – For Real

brainwalking

brainanche oggi doccia e sigaretta e pc. sono due giorni di seguito che mi ritrovo ispirato. ben tornato, Daniele. metto su una canzone in particolare che mi gira per la testa e via, flusso di pensieri semi-privato. questo fatto del blog mi sta prendendo sempre di più, forse perchè non lo vede quasi nessuno, e chi lo vede praticamente quasi non mi conosce. ergo posso essere quello che voglio, quello che sento di voler essere. posso plasmarmi come meglio mi aggrada nelle menti che hanno voglia di farsi un’idea, di confrontarsi. per le altre, chissenefrega. se non vi interessa potete chiudere qua.

oggi ho avuto il piacere di parlare con una persona. una persona che fa questo di mestiere, ascoltare. in realtà fa anche qualcosa di più, ma oggi si è concentrata molto su questa fase. in effetti è stato quasi un monologo, da parte mia, e a me piace anche, se trovo la persona giusta. ho cercato di cogliere sguardi, mezze parole, smorfie. nulla. fredda, completamente immobile. una giocatrice di poker. non ho avuto modo di capire cosa avesse in mano, e ora sono curioso, aspetto il momento in cui calerà le sue carte. molto probabilmente dovrò attendere altri tre martedì, ma sono sicuro che ne varrà la pena. per ora nulla che già non sapevo. non sto nella pelle, davvero. voglio vedere se è più brava di me. l’immagine l’ho presa da www.incrediblehorizons.com.

nel frattempo, jazz.

una canzone: Nina Simone – Sinnerman

week-end

weekend di spunti, questo. cominciamo dalla fine: sono appena uscito da una fantastica doccia e ho acceso la mia sigaretta di drum. ho scoperto che anche Tex Willer se le gira. da piccolo leggevo il Tex del nonno, poi mio nonno è morto e io ho smesso di leggerlo. e anche Skorpio. si vedevano un mucchio di tette, su Skorpio. non capivo perchè, ma mi piaceva. foto tratta da www.huges.it

skorpio

comunque. sono andato incontro al relax e allo svago. mi aspettavano da tempo. mi hanno fatto trovare un terrazzo fantastico, una bella spiaggia e i migliori amici. io ho portato una bottiglia di vino bianco.

per quasi tre giorni non ho pensato a nulla se non a me, il che non mi è dispiaciuto. a parte una considerazione, che mi è venuta naturale fare: all’entrata di formia e a quella di sperlonga c’erano dei cartelli che dicevano:

FORMIA – CITTA’ CON 1.500 PARCHEGGI
e
SPERLONGA – CITTA’ CON 1.300 PARCHEGGI (se non erro)

beh, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “a Napoli dovrebbero mettere un cartello con su scritto: NAPOLI – STAMM STRITT”.

questa l’ho scritta per ringraziare chi mi dice che devo scrivere. scrivere è una cosa che adoro, e il fatto che qualcuno se ne sia accorto e mi spinge a farlo non può fare altro che farmi stare bene.

concludo come spero di continuare a fare, partendo da una piccola premessa: l’originale è fantastica, ma questa non è affatto male…

una canzone: The Feelings – You’re so Vain

veloce, veloce, veloce!

sono appena uscito dalla doccia e mi aspettano per mangiare peròperòperòperò volevo dire una cosa!!!!

allora, è da oggi che mi gira in testa una canzone, da oggi, da ieri, da giorni, non lo so, e siccome tra l’altro ho conosciuto una persona, qui sul web, volevo omaggiare tutti e due (il cantante e la persona, intendo)..
lui (il cantante) è Bill Callahan, il “signor Smog”, come qualcuno dice. sono andato al suo concerto. fantastico, fantastico, fantastico. molto più di quanto mi aspettassi. metto la foto.

eccola.

detto ciò questo post sarà presto aggiornato, o ad esso verrà aggiunto un corollario. nel frattempo:

una canzone: Bill Callahan – Diamond Dancer

ragazzini e buste di plastica

in questo caso voglio fungere da amplificatore:

su giavasan
un post interessante su un ragazzino americano di 16 anni (!!!) che ha trovato una soluzione per degradare le buste di plastica in poche settimane. leggete, leggete, leggete.

pensiero generale: io da piccolo giocavo con dentifrici e paste per dentiere della nonna, e l’unica reazione che riuscivo ad ottenere era l’incazzatura di mia madre.

monnezza si, monnezza no, monnezza pam!

monnezza, monnezza, monnezza.

a Napoli si pestano, a Chiaiano, precisamente. cortei e bombe carta. non vogliono che le loro cave diventino discariche. in tutto questo mi vengono ancora una volta in mente due parole le quali significato non ho mai approfondito veramente: dissociatore molecolare.

l’anno scorso di questi tempi, alle prese col laboratorio di urbanistica, ho avuto a che fare con un signore che di nome fa Nardone. codesto professore è stato fino a poco tempo fa anche il presidente della provincia di Benevento.

proprio in questo momento ho trovato un blog che rimanda su youtube, ad un video che spiega proprio il funzionamento di un dissociatore molecolare il link lo posto qui, il video lo metto sotto.

e inoltre posto questo interessante articolo de il quaderno, se non altro per i pareri e le motivazioni contrastanti dell’ASIA (Azienda Servizi Igiene Ambientale), impresa gestrice dei rifiuti in Campania, e chi invece trova che il dissociatore sia utile e innovativo a tal punto di volerlo ospitare nel proprio comune (Giancarlo Schipani, sindaco di Castelpoto).

che dire?

ci sono solo domande da fare. ad esempio:

perchè all’estero è stato già adottato questo sistema e in Italia no?
perchè in televisione non se n’è mai sentito parlare? (magari si, ma io la guardo poco)
perchè chi governa, a livello nazionale, regionale e provinciale, non l’ha mai nominato?
per ignoranza o per omissione?

qualcuno mi sa dare una risposta?

incontri

“Ti conosco?”

“No. Ho letto il tuo libro.”

Silenzio.

“Grazie.”

“Grazie a te.”

L’ho guardato negli occhi. È molto più vivo di quanto appare nelle foto sulle riviste. Lo sguardo. Lui non poteva sapere chi fossi, io non potevo non sapere chi lui fosse. L’avevo visto da lontano, io seduto in un bar, lui parlava al telefono, testa bassa, al suo fianco tre uomini, in silenzio.

Uno di loro si piazza davanti, tra me e lui. Ho pensato che mi avesse visto fissarlo, e che si era messo davanti apposta. Ma io mi spostavo, a destra, a sinistra, per poterlo guardare.

“È lui, è lui” dicevo. Il cuore mi batteva sempre più forte.

“No, ha più capelli, non è possibile” dicevano i miei amici, io continuavo a fissarlo, il cuore mi batteva più forte, batteva per qualcosa.

Ci alziamo dal tavolo, invece di scendere giù per la piazzetta e imboccare la strada di casa, saliamo. Io continuo a fissarlo.

Mi blocco.

“Vai, vai”, mi dicono. Io non ci riesco. Lo osservo, pietrificato. La testa mi gira, leggera.

Alla fine mi convinco. I passi sono pesanti, il cuore mi sbatte nel petto, vuole uscire fuori.

Arrivo davanti a lui e ai tre uomini. Non riesco a dire una parola, una. Schiudo le labbra per parlare, ma non mi esce il fiato.

“Ti conosco?” – dice.

“No. Ho letto il tuo libro”. Ho le lacrime agli occhi, un nodo in gola. La voce, il fiato che finalmente esce dalla mia bocca aiuta ad alleggerire il mio cuore, il mio corpo si sgonfia come un palloncino pieno d’aria lasciato libero.

“Grazie.”

“Grazie a te”. I miei amici si avvicinano. Io gli stringo la mano, loro pure. Sembrano più a loro agio di me. Forse perché non hanno letto il libro, forse perché io, quando ho davanti persone che ammiro, persone che mi hanno cambiato, e che lo hanno fatto con dei mezzi per me fondamentali, che sono riusciti a piegare gli strumenti a loro disposizione a loro piacimento, persone che per me sono Eroi, quando ho la possibilità di osservarle non solo attraverso uno schermo, la mia devozione per loro mi paralizza.

Sarebbe bello parlare di “aurea” che quel ragazzo “emanava”, ma la mia disillusione mi ha fatto pensare che se fosse stato così non solo io avrei avuto questa reazione. Peccato, sarebbe stato bello.

Oggi ho avuto una illuminazione, io.

Siamo tornati a casa, abbiamo aperto YouTube e abbiamo visto l’intervista di Roberto Saviano a Che Tempo che Fa.

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